Muti e la musica

 

 

VENERDI DI REPUBBLICA

2 Novembre 2007

Incontrare Riccardo Muti al Regio di Parma, nel mezzo del festival verdiano, prima dell'esecuzione del Requiem. E' il sogno di qualsiasi melomane. Si arriva dal maestro intimoriti e attratti dalla pessima fama mediatica che lo circonda. Geniale direttore, ma anche puntuto, divo ai limiti dell'arroganza, destroso e anzi un po' fascista. Una fama sospetta, come spesso accade.

Un "fascista" che sulla cultura popolare ripete da anni tesi gramsciane? Un "amico della destra" fatto fuori dalla Scala governata da Regione e Comune in mano a Forza Italia, fra gli applausi dei veri cortigiani, alla Zeffirelli?. Un divo che raccoglie giovani talenti in giro per la provincia e s'impegna personalmente per aiutare le bande del paese?.

Il mistero comincia a diradarsi quando al telefono risponde direttamente lui, senza filtri.

"Scusi, ma non ho l'addetto stampa". Basta trascorrere un paio d'ore con Muti per capire che il suo tratto davvero imperdonabile, in una certa Italia algida e furbastra, è di essere un uomo di passioni, capace di affrontare sempre il vento in faccia, sulla pelle viva. Con un senso della vita da galantuomo del Sud, napoletano di nascita e di madre, cresciuto nella Molfetta paterna, all'ombra del mito di famiglia, Gaetano Salvemini. Per non stare troppo lontano dalle radici ha appena rifiutato due offerte di New York e Chicago. Ha comprato da poco due trulli nella campagna di Castel del Monte, di cui va molto fiero. "non sono chic come ad Alberobella, ma la sera posso alzare lo sguardo sul castello di Federico II". Uno dei luoghi più magici della civiltà mediterranea.

Non mi atteggio a "nemo propheta in patria", sarebbe ridicolo.

L'Italia mi ha dato molto. Ma mi sarebbe piaciuto fare di più qui, non lo nego. Un esempio?

Il progetto Pentecoste. Da anni lavoro con l'orchestra Cherubini al recupero della musica napoletana del ‘700, che è all'origine di tante cose, compresa l'opera di Mozart. Il progetto era nato per l'Italia, ma qui non sono riuscito a farlo. Un giorno ne ho parlato al direttore del Festival di Salisburgo e l'indomani era pronto il contratto per cinque anni.

Nel nostro Paese la cultura è sempre più emarginata. Ci sono casi clamorosi. Prenda Roberto De Simone, uno al quale dovremmo fare un monumento soltanto per la Gatta Cenerentola.

Da quanto tempo lo tengono in quarantena?

Dall'alto della sua fama, di queste cose potrebbe parlare a qualche ministro della Cultura. "Qualche? Ne ho parlato con tutti. Tranne che con Urbani, al quale onestamente era difficile parlare di cultura. L'unico che ha fatto qualcosa è stato Veltroni. Anzi molto. E' per lui che torno all'Opera di Roma. Speriamo ora in Rutelli". Qualcuno comincia a chiamarlo "Rutagli", ma forse non è colpa sua. I tagli alla cultura sono una costante da anni, con qualsiasi governo.

"Il problema del declino culturale è europeo non solo italiano. Almeno rispetto all'Oriente. I media parlano di Cina e India soltanto come gigantesche fabbriche. Ma in Cina hanno formato trenta milioni di pianisti, quindici milioni di violinisti, scuole di altissimo livello. L'Italia è un Paese dove la cultura dovrebbe essere una colonna portante della vita pubblica e dell'economia ed è al contrario la cenerentola di ogni politica. Le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno lasciato un patrimonio immenso. Ma che cosa ne facciamo? Va in rovina giorno dopo giorno."

Un'altra straordinaria ricchezza che rischia di sparire è quella delle bande comunali. Molte amministrazioni hanno deciso di chiuderle, magari per destinare altri soldi alle mode delle <notti bianche> e dei fuochi d'artificio, ormai d'obbligo in qualsiasi contrada del Belpaese.

"Due anni fa, anche grazie al Venerdi di Repubblica, ho segnalato il caso di un piccolo paese dell'Aspromonte, Delianova, più noto per storie di ‘ndrangheta, dove con l'autofinanziamento è nata una banda di 130 ragazzi. Li ho incontrati a Reggio Calabria e sembravano usciti da Oxford, elegantissimi, talentuosi. Ora, in Francia o in Inghilterra, nessun farmacista o avvocato di paese si sogna di finanziare una banda musicale, senza aiuti pubblici. E quanto sono importanti le bande per la nostra cultura musicale.

 

Se mio padre non avesse imparato a memoria le arie del Trovatore o del Rigoletto suonate dalla banda comunale, forse io avrei fatto altro nella vita. Vuole ancora un esempio? Una sera mi sono perso per tornare a Ravenna e ho scoperto alla Rocca di San Leo l'annuncio di un comitato di musica gregoriana per un concerto. Si è presentato un coro di sessanta persone di ogni età, dallo studente alla pensionata, dilettanti bravissimi. Questo patrimonio di volontariato della cultura è come i boschi che ogni estate vengono bruciati. Soltanto che qui il piromane è lo Stato. E anche qui, a pagare è soprattutto la mia terra, il Sud. Confronti la Fenice e il Petruzzelli. Ho giurato, più di dieci anni fa, che non sarei più tornato a Bari finchè non avessero ricostruito il teatro. Ora aspetto l'inaugurazione del dicembre 2008, ma ci sono voluti quindici anni."

"Imparare a stare in un coro, in una banda, in un'orchestra, significa imparare a stare in una società dove l'armonia nasce dalla differenza, dal contrappunto, dove il merito vince sul privilegio e il vantaggio di tutti coincide con il vantaggio dei singoli. Quando avanza la sopraffazione, l'egoismo corporativo, allora siamo a Prova d'Orchestra, il film più attuale di Fellini." Non volevo domandare ancora della Scala, una ferita ancora aperta, ma visto che ha citato Prova d'orchestra, il passaggio è fatale. La prima orchestra italiana che cassia prima Claudio Abbado e poi con levata di mano Riccardo Muti forse qualche dubbio dovrebbe farselo venire. "Uno non dovrebbe provare a realizzare i sogni di ragazzo. La Scala era questo per me e invece finii in mezzo a una guerra di poteri politici e sindacali della quale non capivo nulla. Ma non rinnego un solo giorno dei diciannove anni passati li". All'epoca la destra berlusconiana, che sbandierava il nome di Muti, lo mollò senza ripensamenti. Con la fiera eccezione di Fedele Confalonieri, un po' per amicizia e molto perché e l'unico che ci capisce davvero. "Sarei di destra perché amico di Confalonieri. Ma andiamo, come faccio a non essere amico di uno che a settant'anni si rimette a studiare e prende il diploma al conservatorio"?.

"La vera differenza fra i personaggi pubblici, i Vip, i politici, è fra quanto vedo arrivare soltanto alle prime, nelle occasioni mondane, con il codazzo di cortigiane e guardie del corpo, e quei rarissimi che amano davvero la musica. Se poi si tratta del presidente di Mediaset o di Sergio Cofferati, non c'entra".

E' l'ora dei saluti. Il maestro deve prepararsi al concerto. Rimane giusto il tempo per capire la molla di tanta passione, in un uomo che ha avuto un successo immenso in tutto il mondo, eppure conserva la voglia di discutere, spiegarsi, capire. "Chi me lo fa fare". A volte me lo chiedo anch'io.

Forse il fatto è che alla fine mi sono sempre sentito un outsider, uno di Molfetta che dive dimostrare qualcosa a qualcuno"

 

Intervista di Curzio Maltese al Maestro Riccardo Muti.

Un patrimonio locale che i Italia non riceve nessun aiuto. Anzi. E una politica sui grandi teatri assente o clientelare. Il maestro bacchetta le istituzioni.

E sulla sua avventura alla Scala dice: un sogno finito male. Ma non rimpiango nulla.

Bruciamo cultura come i boschi d'estate soltanto che qui il piromane è lo Stato.